Centro Studi Psicosomatica


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La gestalt analitica

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PRESENTAZIONE DEL MODELLO TEORICO



Il corso di specializzazione si basa sull’apprendimento della teoria e della tecnica della psicoterapia della Gestalt, così come è stata sviluppata da Fritz Perls.
Alla visione di Perls si unisce il contributo della Psicologia analitica junghiana.


1. La Gestalt

Gli Antecedenti Filosofici
Gli antecedenti storici della psicoterapia della Gestalt sono comunemente riconosciuti nella filosofia esistenzialista, nella psicologia di Wilhelm Reich, nella psicologia della Gestalt e, in maniera più generale, nell’influsso delle religioni e delle filosofie orientali. Il clima filosofico dell’esistenzialismo influenzò un'enorme fetta della cultura europea tra gli anni trenta e gli anni cinquanta. I maggiori rappresentanti dell’esistenzialismo possono sicuramente individuarsi in M. Heidegger, K. Jaspers, J. P. Sartre, G. Marcel e M. Marleau-Ponty. L’esistenzialismo, a sua volta, si innestava alla fenomenologia di Husserl, il quale era stato maestro di Heidegger.
Un concetto centrale della ricerca di Heidegger — che apre il suo
Essere e Tempo — è quello dell’esserci (dasein). Il suo studio si rivolge in primis all’uomo visto nel suo aspetto di quotidianità e di medierà, per la quale intende la somma statistica di tutte le possibilità che possono realizzarlo in quanto tale. L’uomo, insomma, è un poter essere, che si realizza nelle sue determinazioni situazionali; scegliendo tra i molti modi d’essere, egli si determina come esistenza e come un essere-nel-mondo. In quanto ex-esistente (stante fuori, essere estraneo all'Essere), l’uomo è essere in quanto diviene attraverso la realizzazione delle proprie possibilità: non è un dato di fatto, ma un processo intenzionale.
L’esserci individua l’uomo in quanto processo intenzionale di autorealizzazione
in una situazione determinata. Egli, dentro la storia, è un estraneo radicale che si muove entro il tempo e che si costituisce muovendosi all’interno di questo orizzonte, è, insomma, infinito progetto: gettato nel mondo costituisce il mondo, gettato nella situazione crea la situazione.
Il criterio di intenzionalità, intesa come progetto per esserci, ha le sue radici più lontane nella filosofia scolastica e aristotelica; venne poi ripreso da Brentano e, in senso diverso, da Husserl. Nella Gestalt lo ritroveremo spesso come uno dei punti cardine della terapia. Le azioni, i sentimenti, l’esserci stesso dell’uomo sono per Perls correlati ad un oggetto: hanno, insomma, un’intenzione, una finalità, un progetto. La patologia sopravviene quando mancano il progetto e il carattere dinamico ed intenzionale dell’uomo; quando la dialettica della vita diventa stasi e l’uomo si rapprende in un dato. Questo carattere correlativo dell’esserci e della situazione viene ripreso, nella Gestalt, come avvaloramento
dell’hic et nunc, ovvero della situazione presente in contrapposizione alle scene e alle vicissitudini inconsce della psicoanalisi.
Il progetto umano non esce dalla situazione, ma se ne appropria intenzionalmente e responsabilmente: il suo referente esterno, il carattere radicale che rende dinamico il progetto è la morte, il cui motore è l’angoscia. Se io oggi sono infelice perché ho mancato un appuntamento importante, ebbene, io sono
soltanto entro l’orizzonte di questa infelicità. Il mio compito è propriamente, responsabilmente e infinitamente esserci. Non conta, per la filosofia heideggeriana come per quella gestaltica, il fatto che «domani l’appuntamento si ripeterà, io potrò coglierlo e sarò nuovamente felice», questo domani è non-oggi e la persona futura non sono io, è un non-essere, un esserci irrealizzato, al di fuori del mondo. L’allontanarsi delle cose equivale per Heidegger (e di riflesso per Perls) all’allontanarsi dell’assunzione della propria responsabilità. Un altro modo di tradire il fondamento dell’essere, dell’esserci è quello di considerare il mondo (la situazione, l’hic et nunc) non come progetto infinito da realizzare, ma come semplice oggetto. L’uso del «si» impersonale («si deve fare così», «si pensa», «si dice», al posto di «io faccio così», «io penso questo», «io dico ciò») è un’altra delle modalità con cui l’uomo si allontana dalla propria realizzazione. Il mondo del «si» è il mondo della massa, dell’opinione, dell’alienazion, in cui scompare l’Io che, in quanto esserci, dovrebbe costituirsi entro un progetto infinito. Esiste, quindi, una vera e propria sovrapposizione di molti concetti heideggeriani con gli assunti della terapia della Gestalt. Non deve ingannare il linguaggio complesso che usa Heidegger, il quale, in virtù di un discorso ontologico, è estremamente astratto: le conseguenze pratiche del suo pensiero sono di enorme rilevanza clinica.
Sebbene in forme e con accenti diversi, Sartre ribadisce alcuni concetti heideggeriani contribuendo potentemente alla creazione di una vera e propria cultura esistenziale. Probabilmente l’influsso sartriano sul clima culturale europeo fu più vasto di quanto fu quello heideggeriano sia per il fatto che Sartre, specialmente nel suo
L’Essere e il Nulla elaborò un saggio di ontologia fenomenologica su come l’ontologia si esplichi e dispieghi nei fenomeni e sia perché trasfuse nell’attività letteraria la sostanza esistenzialista, aggregando un folto gruppo di intellettuali in Francia e nel resto dell’Europa.
Con Sartre l’esistenzialismo diventa progetto e ricerca sociale, chiave ideologica e politica per capire e intervenire sulla storia. Per Sartre, l’uomo (
Etre-pour-soi), ontologicamente condannato a trascendere infinitamente l’Essere (Etre-in-soi-et-pour-soi), è condannato alla libertà. La libertà sartriana è condanna poiché è condizione ineludibile alla realizzazione dell’uomo, e l’uomo, reso tale dal Nulla che lo circonda, è progetto che si distacca dall'Essere. In quanto possibilità (Etre-pour-soi), è possibilità giustificata dalle scelte che non sono. Ciò porta al fatto che:

«per
essere ciò attraverso cui il nulla si manifesta la libertà deve essere, nell’uomo, angoscia: essa è infatti l’esperienza dell’esistenza di quel nulla che è il mio futuro come serie delle mie azioni possibili (e quindi che ancora non sono), che un Io che io non-sono ancora dovrà autonomamente decidere (...). (...) nell’angoscia la libertà si angoscia di fronte a se stessa in quanto non è mai sollecitata né impedita da niente

L’orrore generato dalla consapevolezza che questo nulla non sia
oltre, ma in noi, rendendoci costitutivamente ed essenzialmente ciò che siamo — imprendibili flussi di divenire — spinge l’uomo alla malafede, ossia ad incarnare un ruolo, impersonare una Persona: per illudersi di trattenere il flusso dell’esistenza e, finalmente, essere. Una forma di malafede è la nevrosi così come la descrive Perls: una vita bloccata, irrealizzata, rappresa in un esistente morto e incompiuto. Sartre descrive in modo bellissimo la malafede, che rivela la fondamentale teatralità dell’esistenza umana:

«(…) bisogna che ci
facciamo essere ciò che siamo. Ma che cosa diamo dunque, se abbiamo l’obbligo costante di farci essere ciò che siamo? Consideriamo questo cameriere. Ha il gesto vivace e pronunciato, un po’ troppo preciso, un po’ troppo rapido, viene verso gli avventori con un passo un po’ troppo vivace, si china con troppa premura, la voce, gli occhi esprimono un interesse un po’ troppo pieno di sollecitudine per il comando del cliente, poi ecco che torno tentando di imitare nell'andatura il rigore inflessibile di una specie di automa, portando il vassoio con una specie di temerarietà da funanbolo, in un equilibrio perpetuamente instabile e perpetuamente rotto, che perpetuamente ristabilisce con un movimento leggero del braccio e della mano. Tutta la sua condotta sembra un gioco. Si sforza di concatenare i movimenti come se fossero degli ingranaggi che si comandano l’un l’altro, la mimica e persino la voce paiono meccanismi; egli assume la prestezza e la rapidità spietata delle cose. Gioca, si diverte. Ma a che cosa gioca? Non occorre osservare molto per rendersene conto; gioca ad essere cameriere. Non c’è qui nulla che possa sorprendere; il gioco è una specie di controllo e di investigazione. Il ragazzo gioca col suo corpo per esplorarlo, per farne l’inventario; il cameriere gioca con la sua condizione per realizzarla

Questa mirabile descrizione dell’uomo che gioca ad essere un ruolo è anche uno stupendo schizzo di un comportamento nevrotico, di una coazione a ripetere tesa a bloccare il tempo, ad arginare l’angoscia che dà il cambiare e divenire, pur essendo sempre se stessi, altro da sé.

L’Analisi del Carattere

Un secondo pilastro della terapia della Gestalt di Fritz Perls è costituito dall’Analisi del Carattere di Reich. Non vogliamo entrare nel merito delle posizioni reichiane, ma intendiamo prendere brevemente in esame soltanto due aspetti della sua terapia che hanno influenzato Perls.
Il primo è l’innovazione che Reich apportò alla pratica psicoanalitica con il dirigere l’attenzione primariamente alle difese del paziente e non al materiale che veniva man mano portato in analisi. Questa impostazione è comunemente riconosciuta come uno dei massimi arricchimenti portato da Reich alla psicoanalisi, e si configura tra gli elementi di fondo della nascita della psicologia dell’Io.
L’analisi delle resistenze del paziente in contrapposizione all’interpretazione del materiale derivato dall’Inconscio è un aspetto ormai inglobato nella pratica analitica comune.
Questo principio è di enorme importanza. È il principio di «pelare la cipolla» di Perls, o quello degli «strati geologici» di Alexander Lowen. Bisogna attenersi
alla superficie, intervenire sullo strato più esterno, su ciò che il paziente presenta e non sul nucleo e sulla parte più profonda della personalità. Come scrive Fenichel infatti, il mettere il dito sulla piaga profonda o non viene assolutamente sentito dal paziente, che trova l’interpretazione cervellotica ed oscura o frutto della grande abilità del terapeuta che tira fuori bei conigli dal cilindro, oppure produce un effetto dirompente e disorganizzante sulla personalità del paziente stesso.
Uno degli impulsi più potenti verso il distacco dell’ortodossia psicoanalitica si ebbe quando Perls si accorse che l’analisi tendeva, in troppi casi, a conoscere i problemi, ma non a risolverli; a dare dei «perché» — arbitrari e relativi, come tutti i perché — ma non a cambiare attraverso i «come». Il
Trattato di Psicoanalisi di Fenichel è molto esplicito rispetto a questo punto specifico: è inutile interpretare senza che il paziente sia pronto a recepire, per via identificatoria e non ostensiva, l’interpretazione stessa. Il lavoro più delicato, lungo e complesso dell’analisi diviene allora il lavoro sulle resistenze. L’analisi delle resistenze di Reich permeò a tal punto lo spirito della psicoanalisi che appare straordinario notare quanto, in realtà, uno degli assunti fondamentali di due «ribelli» quali Reich e Perls, si ponga alla base di ogni analisi efficace e corretta. Vedremo che Perls rifiuta qualsiasi approccio alla cura che parta dai «perché». Egli ritiene i «perché» arbitrarie razionalizzazioni e non crede al fatto che la comprensione del problema possa portare anche la sua soluzione.
Nella sua analisi Reich individua due tipi di resistenze ben distinte e che definiscono un concetto fondamentale della teoria reichiana: quello di
carattere. Oltre alle resistenze comunemente conosciute, Reich individua, infatti, delle resistenze di carattere.
La nozione di carattere conduce ad una visione totale dell’uomo. Il carattere è il terreno sul quale si innestano, in seguito ad un peggioramento, i sintomi: è l’intersezione dello psichico e del somatico entro cui si esplica quella sorta di radicalizzazione del concetto freudiano di fonte energetica che ha caratterizzato la sua teoria dell’orgasmo. Un secondo punto importante è l’identità funzionale delle tensioni muscolari e del blocco emotivo, che porteranno Alexander Lowen ad unificare l’Io col Corpo. Per Reich, come poi per Perls, l’uomo è unione di corpo e parola, di azione e simbolo. Entro l’orizzonte dell’analisi del carattere Reich si occupa non soltanto di cosa il paziente dice, ma di
come lo dice. L’accento sul non verbale va ben oltre la semplice attenzione al comportamento analogico propria ormai anche della psicoanalisi ortodossa: è piuttosto la rivalutazione radicale del corpo come messaggio, del come visto nel suo aspetto strutturale, in contrapposizione al perché causale. Non basta dare nomi per trovare un significato profondo; è necessario, oltre al nome in se stesso, appropriarsi dell’atto stesso del nominare. Più che la forma dell’atto e del significato (il chiamare una data cosa Edipo o castrazione o Anima o Animus) è, per Reich come per Perls, decisivo il processo del nominare, e nominare col corpo; attraverso le sue intime contraddizioni, per svelarne i sensi profondi. Come il Cosmo di Eraclito, il Corpo esteriormente manifesta contraddizioni e conflitti, derivati dalle resistenze di carattere che lo plasmano in abiti muscolari, posture, atteggiamenti e mimiche del tutto peculiari. È compito e progetto dell’analisi delle resistenze sciogliere queste contraddizioni iscritte nella carne, per aprirsi ad un senso armonico e totale.

La Psicologia della Gestalt
La terapia della Gestalt si rifà direttamente alle scoperte fondamentali della psicologia della Gestalt (ad opera di Wertheimer, Koffka e Kholer) e alla teoria del campo di Kurt Lewin.
La Gestalt è una forma, un insieme provvisto di determinate caratteristiche. La prima di esse è che una gestalt (il tutto) è più della somma delle proprie parti: è un insieme sintetico di tipo kantiano in cui il rapporto tra i componenti entra in gioco nel modificare l’insieme stesso. La percezione, per esempio, funzionerebbe non aggregando passivamente dati disparati, ma organizzando i percetti in gestalt, le quali sono qualcosa di più e di diverso dei percetti isolati. Alcune connessioni tra i percetti sono facilitate rispetto ad altre e seguono dei principi di
costanza. Uno di essi è quello per cui, entro uno scenario naturale privo di altri indici di confronto, una casa in miniatura posta vicino all’osservatore verrà percepita come lontana e di grandezza «normale». La dimensione ridotta verrà letta in termini di distanza per costanza, poiché è assai più frequente imbattersi in una casa di grandezza normale lontana, che non in una casa piccolissima e vicina.

Un altro principio organizzativo è quello della
chiusura percettiva, per cui tre lati di un triangolo a cui mancano segmenti anche ampi, verranno percepiti comunque come triangoli. Un principio facilmente individuabile del fatto che la percezione è organizzata in gestalt è quello per cui entro un brano musicale possiamo agevolmente individuare la scomparsa e la ricomparsa di un determinato tema. Allo stesso modo, mutando la chiave musicale, il tema non verrà alterato nella sua struttura.
Tra i principi della psicologia della gestalt acquistano particolare importanza, ai fini della comprensione della terapia gestaltica, quello di
figura/sfondo e quello della chiusura della gestalt.
Tra i fenomeni che si iscrivono in un
campo, vi è un rapporto di dominanza per cui è possibile percepire e tenere conto di una figura soltanto in virtù del fatto che essa si staglia su uno sfondo (la conoscenza, la percezione, la consapevolezza, è, insomma, generata da differenze). Il cielo dietro le case costituisce, appunto, lo sfondo ed è condizione per la percezione delle case stesse. Ma, per mezzo di un processo attivo, è possibile far sì che una finestra di una casa particolare divenga la figura dominante; sarà allora la casa ad essere lo sfondo. Questa nota proprietà della gestalt fa sì che tra i percetti vi sia un grado di organizzazione gerarchica: ciò che è «figura» risalta su uno «sfondo» neutro e privo di forma, e si staglia su di esso venendo percepita spazialmente più avanti rispetto al fondo stesso.
Tra i vari fattori che organizzano la forma abbiamo già ricordato i fattori chiusura e vicinanza. Il formarsi di una figura può comunque, essere insufficientemente preciso per cui essa risulta essere ambigua e difficilmente individuabile.
Il triangolo a cui mancano delle porzioni di vertice può essere mal percepito se tali parti mancanti sono troppo estese. Allo stesso modo il variare continuo di tonalità di colore (dal rosso al blu, passando per colori misti e spuri) può essere percepito come un cambiamento discreto da un colore ad un altro (dal rosso puro, al blu puro). Famosi sono in questo senso gli esperimenti di Bruner e Postman. Gli studi sul riconoscimento delle figure e sul riconoscimento di figure o simboli ambigui al tachistoscopio degli stimoli ambigui sono un valido ausilio nell’evidenziare il carattere attivo del processo di percezione e le differenze esistenti tra le personalità di coloro che percepiscono. E se le leggi gestaltiche valgono per le attività — relativamente semplici — della percezione, vi sarà ampio spazio per generalizzarle alle altre aeree della psicologia.
Nella terapia della Gestalt queste considerazioni acquistano un grande rilievo. La relazione dinamica tra figura e sfondo viene applicata ai
bisogni ed alle necessità. Un buon funzionamento psichico implica la capacità di distinguere e di essere consapevoli di quale sia il bisogno dominante, per poterlo adeguatamente affrontare e soddisfare.
Come rileva Perls, per un uomo assetato sarà l’acqua la «figura» che si staglierà sullo «sfondo» degli altri bisogni no-dominanti (mangiare, fare l’amore ecc.). In quanto non dominanti essi non verranno percepiti.
Il nevrotico è come l’assetato che non sa discriminare tra l’impellente bisogno di bere ed un’altra necessità secondaria, e che non è consapevole di questa incapacità.
Come il principio figura/sfondo, anche quello della chiusura della gestalt viene applicato da Perls alla psicoterapia.
Nella teoria lewiniana, secondo cui un bisogno cela uno stato di tensione che deve venire soddisfatto e che cessa con questo soddisfacimento, possiamo dire che
la gestalt si apre in presenza del bisogno e si chiude quando esso viene soddisfatto. Ne deriva che la relazione apertura/chiusura è segno di un processo tensivo. Un organismo in stato di necessità è in tensione ed un organismo vivo è definito dal continuo essere in tensione; dal soddisfacimento dello stato tensivo che determina la chiusura della gestalt. L’organismo è, insomma, in uno stato quasi-stazionario, e procede per accomodamenti ed equilibrazioni delle varianze che intervengono necessariamente nel corso del suo vivere.
Perls fu influenzato, nell’elaborazione del concetto delle gestalt aperte, dal coefficiente di Zeigarnick, secondo cui i compiti incompiuti tendono a venire ricordati, mentre quelli completati tendono a venire dimenticati. Secondo la terminologia di Perls, un compito incompiuto è assimilabile ad una gestalt aperta che deve chiudersi con il raggiungimento della meta prefissata e l’eliminazione dello stato di tensione.
Un altro aspetto proprio della psicologia della Gestalt, su cui si edificò la terapia di Perls, fu l’approccio olistico. La Gestalt, infatti, non intraprende le sue indagini dai fenomeni elementari, ma parte dagli elementi complessi, dalle varie gestalt. Simile per molti aspetti ai sistemi descritti dal Von Bertalanfy, le gestalt formano, a loro volta, altre gestalt di cui sono parte. Così la terapia gestaltica unifica entro una


medesima indagine l’approccio al corpo e quello verbale, cercando costantemente di rinvenire il significato dei messaggi a cui perviene per inserirli in un campo.

La terapia della Gestalt

La nozione di campo è fondamentale per comprendere la visione olistica che dell’uomo ha la terapia gestaltica. Perls, infatti, cercò costantemente di ribadire il fatto che ogni taglio operato tra il paziente e il suo ambiente, così come tra il «corpo» e la «mente», era un intervento arbitrario su una realtà naturale unica e complessa. Egli criticò le teorie che cercano di comprendere il funzionamento umano partendo dal presupposto che le attività fisiche e quelle mentali, considerando il parallelismo come un dualismo. Già da
Ego, Hunger and Aggression, Perls considerò il pensiero come una azione affievolita, così come la fantasia sarebbe la riproduzione, ad un diverso grado, della realtà.
Il pensiero e l’azione sarebbero dunque i due poli di un
continuum psicosomatico, così come la fantasia e la Realtà Obiettiva (il territorio sottostante ogni possibile mappa). Ma questi due poli sono estremi normativi, irreali, irraggiungibili. La malattia è la modalità del vivere entro questo continuum, favorendo esclusivamente o un’area (l’azione) o l’altra (il pensiero). Così come il solo pensare, per quanto sempre accompagnato da micromovimenti, è un atteggiamento nevrotico e può giungere fino alla psicotica esclusione di «elementi di realtà», allo stesso modo la sola azione è sintomo di acting-out meccanico e coattivo. Raggelati in un estremo del continuum, il fantasticare eccessivo porta alla scissione, all’isolamento e al delirio, mentre la mania dell’oggettività e del fatto porta ad una sterilizzazione totale della creatività.
Da queste posizioni derivano implicazioni di grande rilievo: il pensare, il parlare, il muoversi quasi impercettibile, gli atteggiamenti non-verbali e paralinguistici saranno tutti delle microazioni. Amplificandole adeguatamente potremo, infatti, riottenere quelle azioni a cui esse si riferiscono. Parallelamente, le azioni possono essere «ridotte» al rango di pensiero allorché, per esempio, il paziente presenti degli
acting-out e sia incapace di pianificare ed organizzare il proprio comportamento. Un’altra implicazione riguarda proprio il problema dell’acting-out. Nella terapia gestaltica, infatti, le azioni non sono considerate resistenze al cambiamento; esse, al contrario, possono venire intese come strumenti attraverso cui l’organismo raggiunge un proprio equilibrio omeostatico. Questa visione olistica dell’uomo porta a rivalutare la funzione ed il ruolo delle emozioni e a valorizzare la teoria di James Lange. Per quest’ultima, lo ricordiamo, una persona prova il sentimento della paura perché svolge l’azione del fuggire, o prova rabbia perché digrigna i denti, stringe i pugni, tende i muscoli. Per la Gestalt la teoria di James Lange è vera solo a metà; perché l’azione del correre eliciti paura, bisogna correre via da qualcosa. In altre parole, l’azione deve essere contestualizzata, inserita in un campo.
Nel
continuum psicosomatico il «pericolo» sussiste, ma il paziente non ne è in contatto; l’ansimare sarà sufficiente per far emergere l’emozione e gli attributi ad essa collegati. L’importante è che esista il contesto appropriato da cui il corpo del nevrotico è scisso: armonizzando corpo e contesto, scaturirà l’emozione. Questa è definita come «la consapevolezza integrativa di un rapporto tra organismo e ambiente».
L’emozione dunque si rivela essere una funzione del campo organismo-ambiente: il segnale motivazionale, orientativo e manipolativo che permette di sperimentarlo; le emozioni, infine, sono funzioni cognitive particolari e saranno tanto più mature e differenziate quanto più sarà elaborato e funzionale il processo di formazione e risoluzione della dialettica della apertura-chiusura delle gestalt. Ogni emozione ha un oggetto correlativo caricato energicamente; ogni emozione deve essere inserita in un campo. Spesso uno dei compiti della psicoterapia è proprio quello di ricomporre il legame tra emozione ed oggetto. La psicoterapia, in questo contesto, si può definire «l’educazione delle emozioni».
Come abbiamo già avuto modo di dire, il paziente assetato vivrà l’acqua come
figura rispetto allo sfondo indifferenziato dei bisogni non dominanti. Sino a quando egli non si procurerà dell’acqua vi sarà una gestalt aperta ed un innalzamento di tensione. Il paziente potrà pianificare il modo di procurarsi l’acqua, ovvero dirigere l’attività «mentale» verso la chiusura di quella specifica gestalt. Dovrà, comunque, anche fare qualcosa: alzarsi, prendersi dell’acqua e berla. Dovrà coinvolgersi in un intervento attivo alla base del quale vi è una azione non nevrotica, non disfunzionale, ma assolutamente adattiva. L’organismo si è trovato in uno stato di squilibrio dato dalla mancanza dell’acqua; la sensazione di sete, l’investimento energetico dell’oggetto e la conseguente azione del procurarselo fanno parte del carattere di regolazione omeostatica dell’organismo stesso. Per la Gestalt, insomma il corretto funzionamento dell’organismo dipende dalla sua capacità di ristabilire l’equilibrio turbato.
Perls chiama la capacità dell’organismo di orientarsi, riconoscere ed intervenire (manipolando l’ambiente) sui bisogni al fine di ristabilire l’equilibrio «autoregolazione orgasmica». L’organismo ha, dunque, le potenzialità per:
1) discriminare i propri bisogni;
2) stabilire un ordine gerarchico di impellenza;

3) affrontare i bisogni e risolverli.
In termini gestaltici il primo e il secondo punto sono parte dell’emersione della figura dallo sfondo il quale, nonostante possa contenere altre necessità gerarchicamente meno impellenti, resta un campo indifferenziato a causa della rilevanza della figura stessa, dominante rispetto al resto. Il terzo punto viene espresso, invece, come la
chiusura della gestalt, ovvero il compimento innescato dall’accesso del bisogno. Bisogna naturalmente rendersi conto che la vita è coincidente con il continuo processo di perturbazione e ristabilimento di un equilibrio. Tale equilibrio è psicologicamente omologo ad una pressione ideale del sangue, ad una giusta temperatura corporea, ad una situazione biologicamente basale.
Abbiamo già detto che l’organismo è parte integrante di un campo più esteso. L’esempio tipico dell’acqua per l’assetato è il più semplice di tutti. Se, infatti, il bisogno di bere è una necessità endogena dell’organismo, data da uno squilibrio della percentuale salina extracellulare, l’acqua è una meta
esterna. Ma essa è assolutamente tutt’uno con la sete. Così come non vi sarebbe sete senza un liquido che la possa soddisfare (anche la mancanza dell’acqua, si badi bene, sottende l’acqua) essa si pone come un sentimento provato da un organismo nell’ambiente proprio delle emozioni: l’acqua in questo caso, entra nel campo dell’organismo; è parte dell’organismo quanto lo è la sete stessa.
Una nozione importantissima della Gestalt è quella di
contatto. Il contatto è la funzione con cui l’organismo entra in rapporto con quelle parti del campo che lo interessano. Le fasi entro cui si sviluppa la formazione di una figura su uno sfondo e la sua conseguente risoluzione — ovvero l’apertura e la chiusura della gestalt — sono quattro:
1) il contatto preliminare;
2) lo stabilire il contatto;

3) il contatto finale;
4) il post-contatto.
Un organismo sano agisce per soddisfare un bisogno, e per far ciò deve necessariamente entrare in contatto con le condizioni stesse della fonte del bisogno entro il campo e della meta del soddisfacimento da perseguire. Per comprendere la dinamica del contatto dobbiamo fare una breve digressione, e fare un esempio: un cieco procede a tentoni, facendosi guidare dagli altri suoi sensi e dal bastone che tiene in mano. Per la Gestalt l’Io è la funzione organizzatrice del campo e si identifica e aliena attraverso il contatto:

«Nel lavoro del contatto, possiamo adesso definire la funzione dell’Io come quella di identificare, alienare e determinare i limiti o il contesto. Accettare un impulso come proprio significa, nella sequenza, averlo come parte dello sfondo in cui la prossima figura si svilupperà. Tale identificazione è spesso intenzionale, e l’Io funzionerà bene, nelle sue orientazioni e manipolazioni, se si identificherà con sfondi che effettivamente svilupperanno figure buone, purché questi sfondi abbiano energia e probabilità. (Così Freud dice: l’Io in quanto parte dell’Es è forte, l’Io isolato dall’Es è debole)».

Abbiamo visto le prime tre fasi del contatto che rientrano nei processi orientativi e manipolativi dell’organismo entro l'ambiente.
La quarta fase, il
post-contatto, è il fine vero di tutto il processo. Esso è caratterizzato dalla «creative indifference». Questo processo è inconsapevole e i suoi dettagli appartengono alla fisiologia, nella misura in cui vengono capiti. La crescita, dipendente dal tipo di novità alla quale è stata applicata e che trasformata, ha vari nomi: aumento di dimensioni, restaurazione, procreazione, ringiovanimento, ricreazione, assimilazione, apprendimento, memoria, abitudine, imitazione, identificazione. Tutti questi fenomeni sono il risultato dell’adattamento creativo. Il concetto fondamentale alla base di tutti è una certa unificazione o identità creata nell’interagire dell’organismo/ambiente; e ciò è stato il lavoro del «sé».
Il processo del post- contatto è inconsapevole poiché la consapevolezza è generata dall’emergere di una figura, di un bisogno, ovvero dall’aprirsi di una gestalt. Nel post-contatto la figura è stata assimilata nello sfondo, è stata digerita, come un boccone di pane, alieno all’organismo ma necessario per sua sopravvivenza nel processo digestivo si trasforma in sostanze simili a quelle dell’organismo, entrando in esso e modificandolo attraverso il contributo alla sua crescita; la figura, che «rientra» nello sfondo attraverso il post-contatto si è trasformata e, a sua volta, ha trasformato l’organismo. Per questo il processo vitale, che ha individuato delle necessità coerenti e non disfunzionali alla crescita e che si è svolto fino in fondo, è un processo creativo.
Le quattro fasi del contatto presuppongono, per il loro completamento, la capacità dell’organismo di ritrarsi dall’ambiente. Il contatto è infatti un
movimento-verso, una pulsazione che ha termine quando la sua mente è soddisfatta. Dopo aver bevuto il suo bicchiere d’acqua, appagata la sete, la persona non sarà più attratta dai liquidi dissetanti o dai bicchieri pieni; rispetto ad essi si ritrarrà. Il contatto ed il ritiro sono i rappresentanti dell’interdipendenza dell’organismo con l’ambiente e della sua autonomia ed individuazione rispetto ad esso.
Perls fa rientrare il ciclo sonno/veglia nel processo di ritiro/contatto con l’ambiente. Un organismo sempre in contatto non attuerebbe,
strictu sensu, alcun contatto, poiché non si differenzierebbe. Allo stesso modo, un organismo in costante ritiro sarebbe equivalente ad un autistico grave e votato alla morte.
Il nevrotico, per la terapia della Gestalt, è incapace di discriminare i propri bisogni. È incastrato in un conflitto tra necessità e desideri opposti i quali possono o essere entrambi interni oppure appartenere uno all’individuo e l’altro alla comunità entro cui egli vive.
Lasciamo a Perls il compito di descriverci la personalità «malata»:

«Sembra che l’uomo nasca con un senso di equilibrio sociale e psicologico acuto quanto il suo senso di equilibrio fisico, ogni suo movimento a livello sociale o psicologico è volto a scoprire quell’equilibrio, a stabilire l’equilibrio tra i suoi bisogni personali e le esigenze della società. Le sue difficoltà derivano dal desiderio di respingere tale equilibrio, bensì dai movimenti erronei che mirano a trovarlo e mantenerlo. Quando questi movimenti portano l’uomo ad un grave conflitto con la società perché, nella sua ricerca del confine di contatto (il punto di equilibrio), egli ha trasgredito alle norme sociali, lo chiamiamo criminale. Il criminale è l’uomo che si è arrogato quelle funzioni definite tradizionalmente prerogative dello Stato. L’uomo che ha arrogato a sé queste funzioni è, nella nostra società, un criminale. Quando, d’altra parte, la ricerca dell’equilibrio porta l’uomo a indietreggiare sempre più, a permettere alla società di imporsi pesantemente su di lui, di sopraffarlo nelle sue esigenze e nello stesso tempo di alienarlo dalla vita sociale, spingerlo a plasmarlo passivamente, allora lo chiamiamo nevrotico. Il nevrotico non riesce a veder chiaramente i propri bisogni e quindi non può appagarli. Non può distinguere adeguatamente tra sé e il resto del mondo, e tende a vedere la società come più grande della vita, e se stesso come più piccolo.»

Ed ancora:

«(…) una nevrosi è uno stato di squilibrio nell’individuo che insorge quando egli e il gruppo di cui è membro sperimentano simultaneamente bisogni divergenti e l’individuo non riesce a distinguere quelli dominanti. Se questo genere di esperienza viene ripetuto spesso, oppure se una singola esperienza è molto impressionante, il senso di equilibrio dell’individuo nel campo verrà tanto disturbato da fargli perdere la capacità di giudicare adeguatamente la posizione di equilibrio di qualunque altra situazione.»

Il nevrotico è un
interruttore: interrompe cioè il proprio contatto con l’ambiente e con i propri bisogni funzionali. L’individuo risponderà allora in modo nevrotico a situazioni che non hanno nessuna connessione intrinseca con l’esperienza o con le esperienze in cui è avvenuto originariamente lo squilibrio. Un modo del nevrotico di affrontare la situazione è quello di interrompersi; il modello del criminale è di interrompere l’ambiente.
Perls individua quattro meccanismi fondamentali che il nevrotico usa per autointerrompersi:
1)
Introiezione;
2)
Proiezione;
3)
Confluenza;
4)
Retroflessione.
Nell’
introiezione un elemento esterno viene inghiottito senza essere digerito, sia esso un comportamento, un sistema di aspettative, una modalità di risposta ecc. Entro il processo di contatto/ritiro con l’ambiente l’introiezione è il malfunzionamento per cui gli elementi dell’ambiente con cui entriamo in contatto non vengono adattati all’organismo ma vengono posti in esso tali e quali sono. Ciò determina, per esempio, il senso di strapotere proprio del Super Io del nevrotico. Il Super IO malato, infatti, è il complesso di punizioni/ricompense/aspettative dei genitori, che essendo stato introiettato, è rimasto autonomo dall’individuo; gli chiederà, perciò, di seguire i propri dettami e non quelli congruenti con le sue esigenze. E se pure questi dettami erano giusti quando il paziente era un bambino e viveva i genitori come onnipotenti, non lo saranno certamente ora che egli è adulto. Come il cibo indigesto, gli introietti pesano sulla vita dell’organismo; nonostante invadano sempre più la mente essi rimangano non digeriti, estranei. L’introiezione costringe il nevrotico ad impiegare una enorme quantità di energie per cercare di tenere a bada e convivere con il materiale introiettato. Inoltre, l’introiezione contribuisce alla disgregazione della personalità. Se, infatti, introiettiamo due introietti conflittuali rischieremo di venire lacerati. Nell’introiezione manca completamente il carattere attivo della dinamica del contatto; in essa non vi è alcuna creatività: il materiale, che, per poter essere assimilato (nel senso letterale del termine) deve venire disgregato dall’organismo, selezionato, digerito e trasformato, vi resta immutato e tenacemente estraneo.

La
proiezione è il contrario dell’introiezione: «Mentre l’introiezione è la tendenza a rendere il sé responsabile di ciò che in realtà è parte dell’ambiente, la proiezione è la tendenza a rendere l’ambiente responsabile di tutto ciò che si origina nel sé.»
Nella proiezione attribuiamo agli altri ciò che è nostro: la mia gelosia diventa la gelosia che tu provi per me. L’aggressivo vedrà negli altri i suoi desideri «riprovevoli» che non vuole riconoscersi. Nella proiezione l’individuo sente la presenza di un elemento (un desiderio, un atteggiamento ecc.). Non riuscendo ad anestetizzarsi completamente, ed essendo questo elemento sentito come pericoloso e in conflitto, esso viene attribuito ad altri. Può esservi proiezione anche nei confronti di se stessi, allorché il nevrotico...

«ha la tendenza a rinnegare non solo i propri impulsi, ma anche quelle parti di sé in cui si originano gli impulsi. Dà a questi elementi un’esistenza oggettiva, per così dire, fuori di se stesso, in modo da renderli responsabili dei suoi guai senza dover affrontare il fatto che sono parte di lui.»

Così come l’introiettore diveniva campo di battaglia per le vicende del mondo, il mondo diviene, per il proiettore, l’arena su cui si confronti i suoi accadimenti interiori.
Il terzo meccanismo nevrotico è la
confluenza. Quando la persona non è individuata, quando tra essa e l’ambiente non vi è un confine chiaro, si ha una situazione di confluenza. Si può dire che il confluente viva una cronica identificazione con l’ambiente e con le persone che lo circondano. Egli collude costantemente; non è in grado di dire fino in fondo di no. Il confluente non sa chi è, non conosce le proprie possibilità né quelle degli altri; dubita spesso della propria identità e dipende completamente dall’ambiente circostante. Una perdita è vissuta dal confluente come una catastrofe: egli, infatti, non sa prendere le distanze dagli accadimenti né riesce a fondare una propria autonomia.
La situazione prototipica della confluenza è il rapporto madre-bambino; la differenza fondamentale, però, è che questo rapporto è sano ed equilibrato. Infatti, il bambino nel corso della crescita potrà, per individuarsi, sfruttare le risorse che trae dall’appoggio della confluenza con la madre.
La confluenza si manifesta prepotentemente nel collegamento di reazioni motorie. Secondo l’esempio di Perls, infatti, la persona che giudica riprovevole o sconveniente il piangere, reprimendo questo impulso, sarà costretta anche ad agire sulla respirazione e la bloccherà. Una volta che l’inibizione del pianto sarà divenuta inconscia legherà a sé, in confluenza, il blocco respiratorio. Agendo sulla respirazione e sbloccandola, potremo arrivare a sbloccare sia l’impulso a piangere sia l’affetto ad esso legato. Il confluente non tollera differenze; le sue manovre relazionali, la mistificazione e la collusione, fanno sì che il suo comportamento sia poveramente organizzato e che, entro un quadro di disintegrazione della personalità, le azioni non siano più coordinate col pensiero.
Il quarto meccanismo nevrotico è la
retroflessione. L’individuo che retroflette fa a se stesso ciò che vorrebbe fare agli altri e rivela il meccanicmo della retroflessione con frasi del tipo: «devo convincermi di…» o «devo controllarmi», oppure «mi vergogno di me stesso». La differenza tra la retroflessione e l’introiezione è che l’atto retroflesso e il comportamento che esso tiene sotto controllo fanno parte della personalità dell’individuo e non sono prodotti dell’ambiente circostante.
Secondo Perls, per esempio, la concezione del Super Io freudiano contribuisce ad elaborare un modello di personalità scisso che deve essere integrato; non soltanto, come abbiamo detto in precedenza, il Super Io viene considerato da Perls un introietto, ma comporta anche il rivolgere contro se stessi le azioni dirette verso gli altri. Lo scontro con un ambiente frustrante ed ostile genera il comportamento retroflettente. I comportamenti puniti, infatti, essendo comportamenti inibiti, non scompaiono, ma sono soltanto trattenuti. Una parte, come scrive Perls, viene eterodiretta sotto forme diverse; un’altra parte, invece, viene retroflessa. Il conflitto tra l’organismo e l’ambiente di ritorce così contro l’organismo che, inglobandolo, deve agire due comportamenti opposti. È ciò che avviene quando il conducente di un’automobile pigia contemporaneamente freno e acceleratore: il nevrotico irrigidirà i muscoli che dovrebbe attivare se agisse il comportamento punito e punibile. Le tensioni muscolari patologiche e croniche sono perciò da ricollegarsi al meccanismo della retroflessione. Ma non sono soltanto i comportamenti punibili che vengono rimossi e retroflessi: passibili di seguire questo destino sono tutti i comportamenti frustrati. Chi desidera compassione, amore o attenzione può, con la retroflessione, darli a se stesso. La patologia di questa situazione deriva dal carattere narcisistico e autistico dei sentimenti retroflessi: mentre in origine essi erano delle funzioni interpersonali e giocavano un ruolo decisivo di contatto tra l’organismo e l’ambiente sono divenuti, con la retroflessione, degli schermi contro quest’ultimo.
La nevrosi, per Perls, si gioca tutta entro questi quattro meccanismi; ma perché essi siano considerati disadattivi è necessario che sussistano alcune condizioni:
il meccanismo maggiormente in gioco dev’essere adottato cronicamente e rigidamente. Come abbiamo detto, infatti, vi sono momenti particolari in cui ognuno di essi può essere adattivo per l’organismo debole;
2) i meccanismi nevrotici devono assumere una portata soverchiante rispetto alle funzioni equilibratrici dell’organismo ed alle sue capacità di contatto. Tutti, in qualche misura, proiettiamo; tutti introiettiamo e retroflettiamo; nell’innamoramento possiamo giungere a stabilire uno stato temporaneo di confluenza; ma ciò che è importante è che l’equilibrio ed il contatto (l’organizzazione quasi-stazionaria del campo) non vengano paralizzati dai quattro meccanismi;
3) l’attivazione del meccanismo deve essere divenuta inconscia. Se io mi impedisco di piangere di fronte a te che mi hai insultato e sono consapevole di questo impedimento, sento il nodo alla gola, il blocco respiratorio, l’irrigidimento del diaframma, la confluenza non potrà essere considerata nevrotica; diverrà tale quando sia l’oggetto rispetto al quale retrofletto l’azione della mia risposta sia l’azione della retroflessione e la confluenza vengono rimosse. Allora le funzioni corporee si irrigidiranno in una corazza, il bisogno di piangere non verrà più avvertito e le tensioni non si sentiranno più. Naturalmente, poiché possiamo notare una serie di scompensi nelle funzioni di contatto, siamo autorizzati a pensare che il bisogno di piangere sia sempre presente, ma sia divenuto inconscio.


Il contributo della Psicologia Analitica

La terapia della Gestalt è rivoluzionaria sia per la sua relativa semplicità, sia per la rivalutazione di aspetti che la psicoanalisi aveva giudicato non solo non terapeutici ma addirittura nevrotici; eppure, Perls aveva giudicato troppo leggermente la potenzialità ed il senso della psicoanalisi e delle terapie analitiche in genere. Se, infatti, esse vengono rigorosamente condotte procedendo nell’analisi delle resistenze e mai abbandonandosi a spiegazioni intellettualizzanti e razionalizzanti, molte ragioni critiche della metapsicologia di Perls cadranno.
Il pensiero di Jung e la sua Psicologia Analitica, possono iscrivere la terapia della Gestalt entro un orizzonte più ampio, risolvendo alcune contraddizioni in essa implicite che la portano a trasformarsi assai facilmente in una terapia sintomatica. A rigore, l’intervento terapeutico gestaltico termina quando il paziente ha preso pieno contatto con la situazione presente. Per il terapeuta geataltista, infatti, il paziente deve saper chiudere le gestalt
dall’hic et nunc come luogo di intervento sulla struttura della nevrosi e della dinamica del contatto/ritiro, all’hic et nunc come luogo di effimero soddisfacimento di bisogni è assai breve. Se l’intervento terapeutico si interrompe ed evita di analizzare a fondo la struttura dei come del paziente, esso rischia di divenire sintomatico. Qui sta un punto di grande differenza tra la Gestalt e la Gestalt Analitica.
Il centro del problema è che, per Perls, non esistevano istinti o pulsioni, ma soltanto bisogni e necessità attuali. Egli non accettava che, oltre ai comportamenti, esistessero
classi di comportamenti (l’oralità psicoanalitica è la classe che raggruppa i comportamenti dell’inghiottire/vomitare, assumere/rifiutare ecc.; l’analità è la classe dei comportamenti del trattenere/respingere, ordinare/disordinare, ecc.) e che gli affetti, oltre che essere funzioni di situazioni presenti fossero anche funzioni delle classi di quei comportamenti. In altre parole, essendo l’uomo capace di contestualizzare le proprie esperienze, oltre che prendersi cura di esse in quanto tali, è necessario arrivare ai contesti, alle classi. Per un certo aspetto l’archetipo si può definire funzione contestualizzante.
La terapia Gestalt Analitica si propone di allargare il come gestaltico per giungere alle figure che
stanno dietro quelle presenti. In quest’ottica l’interpretazione e la seduta individuale aprono l’analisi della situazione svelata dalla seduta Gestalt Analitica di gruppo verso l’analisi delle strutture archetipiche.
Spesso, l’amplificare il bisogno qui-ed-ora, il bisogno «gestaltico», verso la classe di quel bisogno, assume la connotazione dell’avvicinarsi ad un senso diverso della vita. Come abbiamo detto, se l’analisi gestaltica del come viene portata veramente a compimento, essa acquisterà da sé il valore proprio dell’analisi di quelle che abbiamo chiamato le classi, ma che potremmo anche chiamare archetipi. Ma è facile il rischio di sottovalutare la grande difficoltà di questo lavoro che ci spinge a ricondurre il problema del disagio psichico entro l’alveo junghiano. La terapia Gestalt Analitica si avvale dei grandi pregi delle sedute gastaltiche di gruppo che permettono lo svilupparsi di un forte ed immediato contatto, che eliminano le razionalizzazioni e conducono dritte alle emozioni. Sulle emozioni e sui come scatta l’innesto del pensiero analitico. Le emozioni, che si svolgono entro modalità particolari e che focalizzano oggetti appartenenti al campo gestaltico, vengono da noi intese come funzioni emotive. Alla loro base vi è una sorta di facilitazione che ne definisce il tipo, la forma, la qualità di rapporto che esse stringono con i loro oggetti. L’emozione che la seduta gestaltica elicita, che chiarisce e depura dai meccanismi di difesa; che emerge dal rimosso (dallo sfondo indifferenziato) e chiude lo spazio vuoto e aperto della gestalt presente, è la via che rappresenta un archetipo. Questo è un motore che produce emozioni. Se la classe fosse coincidente con la sua rappresentazione grafica (un cerchio, per esempio), l’archetipo sarebbe la mano che l’ha disegnato. Esso è il come più profondo; il modo, unico e identico, in cui si metaforizza e diffrae infinitamente la realtà. Se la vita è un flusso dialettico, ciò che sta dietro all’imprendibile diacronico presente è la forma sincronica di un generatore di affetti e relazioni; un generatore inconoscibile perché condizione di conoscenza e atemporale perché fonte del tempo stesso.
Se il flusso del presente mi pone di fronte a varie situazioni in cui litigo col capufficio, poi con mio padre ed infine con un vigile urbano che mi blocca ad un incrocio, l’analisi profonda di uno solo di quei come-litigo, pur entrando e operando nel qui e nell’ora, si addentrerà in realtà, sulla struttura del litigare-con-qualcuno-che-è-insieme-capufficio/vigile/padre. L’analisi profonda del come mi porterà necessariamente alla classe di quei litigi, e siccome nella realtà presente le classi dei comportamenti non esistono, mi porterà a visualizzare il fatto che, nel tempo e dentro il tempo, si svolgono scene che rimandano alla generazione del tempo; nel qui e nell’ora, nel contatto con il presente, si diffraggono scene che creano il qui e l’ora e che definiscono le forme del contatto.
Ecco che queste varie gestalt, attraverso l’interpretazione, potranno rivelarsi metaforizzazioni di una gestalt comune, una funzione profonda, un complesso o un archetipo. Il rapporto tra i due livelli, che riconduce il molteplice all’uno, è quello del «come» e del Senso.
La psicologia analitica dà alla comprensione delle strutture dei comportamenti e degli affetti un altro orizzonte: quello che, rivelandosi nel presente, scopre le modalità di generazione di questo particolare presente che il paziente deve giungere a riconoscere come suo. Non è necessario identificare un passato reale e storico per svelare le modalità attraverso cui il paziente forgia il proprio
hic et nunc; gli archetipi scavalcano la realtà poiché ne sono le condizioni a priori; sono forme e strutture di produzione di simboli i quali, a loro volta, danno significato e investono gli oggetti. Un elemento del campo acquista particolare importanza perché viene caricato di un senso particolare e quel senso è, insieme, reale e simbolico. Qui, naturalmente, il simbolo di cui parliamo non è quello che intende Perls; il simbolo junghiano è un segno vivo, a cavallo tra la materia del bisogno organico e il senso e l’attrazione che questo oggetto del campo esercita su di me.
L’unificazione della Gestalt con la psicologia analitica è possibile per la natura stessa del pensiero di Jung. Egli, spesso accusato di
relativizzare e normalizzare (accusa mossa dai freudiani in merito, per esempio, al concetto junghiano di libido despecializzata, contrapposta alla libido sessuale di Freud) si pone come elemento conciliatore di differenze abissali esistenti tra la psicoanalisi ortodossa e le tecniche gestaltiche.
Un primo punto di contatto tra il pensiero di Jung e quello di Perls è la costante ricerca della totalità, dell’olismo e dell’unificazione. L’archetipo, infatti, ha un piede nella carne e l’altro nell’immaginazione. La personalità trova le potenzialità del proprio olismo nel rapporto dialettico tra le parti conscie e la parti inconscie della psiche. L’Inconscio, che Jung definisce «oggettivo» è, per molti aspetti, non derivante da scene storiche rimosse, ma collettivo e transpersonale; è un organismo autoregolantesi, ma l’omeostasi dell’Inconscio junghiano non è diretta verso l’abbassamento del livello energetico, ma ha per finalità una mitopoietica ricerca e produzione di significato. L’Inconscio, nel suo aspetto di sistema autocorrettivo e costruttivo, può produrre la nevrosi come tentativo di correggere distorsioni al «divieni ciò che sei»; la nevrosi è per Jung come un simbolo che, malato, diviene sintomo, ma che pure conserva le potenzialità creative per risolvere il dilemma che incatena il nevrotico. L’Inconscio junghiano è dunque anche un organismo che tende a chiudere le gestalt incompiute.

L’immaginazione attiva
D’altra parte anche nella tecnica, Perls si avvicina a Jung quando usa la cosiddetta “sedia che scotta”, che nella psicologia analitica diviene “immaginazione attiva”. Ancora una volta l’accento varia (ed è un fatto essenziale) per lo spostamento dall’Io al Sé. Ciò che unisce i due autori, invece, è l’alta considerazione che entrambi hanno della fantasia, come veicolo espressivo delle potenzialità non integrate (inconsce, per Jung) della personalità.

L’approccio fenomenologico
Un altro fattore di contatto è la caratteristica profondamente fenomenologica dei due autori. Ciò che Jung può aggiungere a Perls è il fatto che la fenomenologia non rimane acritica e “ingenua”, ma diviene il modo di disvelamento di un progetto globale in cui la personalità del paziente tende a dispiegarsi. Qui, secondo l’impostazione della nostra scuola, torna in campo l’Inconscio, che sostituisce la nozione di sfondo tipica della Gestalt, nozione eccessivamente superficiale e con connotazioni puramente negative (per cui lo sfondo è ciò che non è la figura, rimanendo così indeterminato). L’Inconscio invece permette di individuare strutture peculiari e molto precise, organizzate secondo complessi e tonalità affettive o, a livelli più profondi, secondo archetipi psicosomatici.

Il ruolo del corpo
Un elemento essenziale per il training ed il lavoro nei gruppi è la concezione sociale dell’Inconscio junghiano, per cui anche le strutture profonde della psiche tendono ad un’espressione culturale (qui è di eccezionale rilevanza il ruolo che nella psicologia analitica ha il simbolo) e sono quindi comunicabili, a differenza delle formazioni di compromesso della psicoanalisi freudiana, le quali sono essenzialmente sintomatiche (e non simboliche) e private.
Grazie al fatto che a livello profondo i disturbi affondano le loro radici da una parte nello Psicosoma (caso eclatante è quello delle isteriche e delle loro conversioni, da cui prese le mosse la Psicoanalisi) e dall’altra nell’Inconscio Collettivo (il quale è, appunto, psicoide) nei gruppi sarà possibile fare interagire i vari componenti per mezzo di reciproche proiezioni, molte delle quali non saranno però “cieche” agli altri membri (che altrimenti non comprenderebbero di cosa l’altra sta parlando), ma potranno invece essere simboliche e significative. Questa dinamica specifica può aver luogo grazie all’interpretazione, che nel nostro insegnamento fa da complemento all’esplicitazione gestaltica. Per mezzo dell’interpretazione i messaggi sintomatici che compariranno nel gruppo attraverso le proiezioni potranno essere resi più consci ed integrabili non solo per il singolo, ma anche per alcuni altri membri del gruppo, intervenendo così sulle dinamiche transferali cosiddette “orizzontali”, cioè quelle tra i singoli membri. Ciò ovvia al grave inconveniente delle terapie gestaltiche di gruppo che sono precipuamente delle terapie in gruppo svolte da singoli, che, a causa di questa loro caratteristica, finiscono per alienare gli altri membri non coinvolti.


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